RiUnisco

Quando sono in contatto con l’Anima, tutto è unificato
lettera + allegoria + morale + anagogia= 1
«O perpetüi fiori
de l’etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
solvetemi, spirando, il gran digiuno
che lungamente m’ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.
…»
Dante Alighieri, Paradiso XIX, 22-27
70×100
matita, china e inchiostro oro su carta

“…sui quali, come fossero ruote,si muove tutta la sacra pagina…”_Guiberto di Nogent_

 

Treccani.it – litterale

litterale. – Il problema del senso letterale (D. usa sempre la forma ‛ litterale ‘) posto sin dall’antichità paleocristiana, trovò le sue prime formulazioni complessive in Origene, a proposito di un quadruplice metodo di lettura e d’interpretazione dei libri sacri.

Un distico latino, attestato sotto diverse forme dal XII secolo, spiega in che consiste questo metodo:

” Littera gesta docet, quid credas allegoria,
moralis quid agas, quo tendas anagogia “.

I fatti storici, cioè, si trovano esposti al lettore che prende un testo, secondo il senso letterale. Essi divengono le figure allegoriche di ciò che la fede insegna. La morale si nutre degli esempi ivi attinti. Il sublimarli ci mostra come accedere alla Terra eterna promessa.

Orbene, prima di passare al commento della canzone Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete, D. vuole spiegare come bisogna nutrirsene, come mangiare si dee, però che più profittabile sia questo… cibo, e dice: le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. L’uno si chiama litterale, [… L’altro… allegorico]… Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però… mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare… Lo terzo senso si chiama morale… Lo quarto… anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale… significa de le superne cose de l’etternal gloria (Cv II I 1-6). Io adunque… sopra ciascuna canzone ragionerò prima la litterale sentenza, e appresso di quella ragionerò la sua allegoria, cioè la nascosa veritade; e talvolta de li altri sensi toccherò incidentemente (§ 15).

La critica letteraria di questo testo fondamentale impone una prima conclusione: D. ha familiarità col distico latino sopra citato. Quindi, se l’aggettivo l. ricorre più di trenta volte nel Convivio, scritto tra il 1304 e il 1307, è perché D. è preoccupato di distinguere i diversi piani d’interpretazione della sua opera. In un’epoca (1313) posteriore al Convivio ma anteriore alla Commedia, D. evoca in Mn III IV 7-8 due passi di s. Agostino (De Civitate Dei e De Doctrina christiana) per porre in guardia contro due pericoli: cercare un senso mistico (opposto al senso l.) laddove non c’è, oppure prenderlo altrimenti da come si deve.

L’autenticità dell’Ep XIII a Cangrande (1319-1320 circa) ha potuto esser messa in discussione, ma ciò non toglie che essa esprima con profondità temi autenticamente danteschi. Si può ammettere senza timore che D. non volle fare per la Commedia meno di quanto non avesse fatto per il canzoniere.

Commedia o canzone sono polysemua, suscettibili di esser lette secondo molteplici sensi o, in altre parole, di colpire l’intelligenza a molteplici livelli. Secondo il senso l., la Commedia dipinge lo stato di questa o quell’anima dopo la morte; ma secondo l’allegoria, vale a dire per traslato – passaggio a un senso più sublime – D. tratta dell’uomo (in quanto tale, non individualmente), del suo merito, della libertà sottomessa alla giustizia che ricompensa o punisce.

I testi, direttamente o indirettamente danteschi sopra citati mostrano un D. che paragona, senza batter ciglio, la sua opera lirica o epica ai testi ispirati. Egli volle che, come la Bibbia, la sua poesia fosse così ricca, così densa, che avesse una portata o missione tale, che non bastasse comprenderne il senso ovvio delle parole.

Nessuna esplicita affermazione sembra essere uscita dalla penna di D., ma può darsi che l’ispirazione tratta dalla musa, così come i soggetti trattati, gli siano apparsi – per analogia – paragonabili all’ispirazione delle divine Scritture, fonti anch’esse (fonti sublimi) di rivelazione, di fede, di morale e di speranza escatologica.

L’aggettivo ricorre ancora nei seguenti luoghi del Convivio: riferito a ‛ senso ‘ in II I 6, 8 e 14 (due volte); a ‛ sposizione ‘ in II I 2, VI 10, XV 2 e 6, III XII 5 e 6, XIV 1, XV 19; a ‛ sentenza ‘ in II I 9 (due volte) e 11, III 1, VII 1, X 11, XI 10, XII 1, VI 13, VII 17, X 10, XII 1, XV 19. Cfr. inoltre litterale istoria (I I 18) e litterale dimostrazione (II I 12).

Bibl. – H. De Lubac, Exégèse mediévale, 4 voll., Parigi 1959-1964.

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